Innovazione al Policlinico di Bari: adottata protesi vascolare biosintetica per pazienti in dialisi
Una paziente di 57 anni in emodialisi, che non poteva essere sottoposta alla realizzazione della tradizionale fistola arterovenosa con vasi nativi, utilizza da circa due anni e mezzo il nuovo accesso vascolare
martedì 18 agosto 2026
11.41
Una protesi vascolare sintetica biorigenerativa al posto del catetere venoso centrale: è la soluzione innovativa adottata al Policlinico di Bari per garantire l'accesso alla dialisi nei pazienti nei quali non è possibile realizzare una fistola arterovenosa nativa.
Non si tratta più di una sperimentazione: ci sono i primi casi di successo a dimostrarlo. Una paziente di 57 anni in emodialisi, che non poteva essere sottoposta alla realizzazione della tradizionale fistola arterovenosa con vasi nativi, utilizza da circa due anni e mezzo il nuovo accesso vascolare, mantenendo una buona qualità di vita e potendo svolgere con maggiore libertà anche attività quotidiane come fare il bagno, senza le limitazioni legate alla presenza di un catetere venoso centrale. La soluzione adottata dall'équipe di Nefrologia, diretta dal prof. Loreto Gesualdo, ha consentito di garantire l'accesso alla dialisi attraverso una fistola arterovenosa protesica realizzata con un impianto sintetico biorigenerativo di nuova generazione, che viene progressivamente riassorbito e sostituito dai tessuti della paziente.
«Quando ho conosciuto la paziente – dichiara Cosma Cortese, nefrologo interventista del Policlinico di Bari – era necessario allestire un accesso vascolare per l'emodialisi. Insieme abbiamo scelto quello che era il miglior accesso possibile. Non potendo realizzare una fistola arterovenosa nativa, abbiamo optato per una fistola arterovenosa protesica. Questa protesi viene progressivamente riassorbita e sostituita da tessuto autologo, con la formazione di un nuovo condotto vascolare. Questo consente caratteristiche favorevoli nella gestione dell'accesso vascolare, anche rispetto al rischio infettivo e trombotico», spiega Cortese. Nel caso della paziente, la protesi ha consentito di preservare per circa due anni e mezzo una quotidianità che sarebbe stata più difficile da mantenere con un catetere venoso centrale.
«Per il nefrologo, ma in modo particolare per il paziente, la scelta migliore è la fistola arterovenosa – spiega Loreto Gesualdo, direttore della Nefrologia del Policlinico di Bari –. Purtroppo, questo non sempre è possibile. Laddove non sia possibile realizzarla con vasi nativi, la seconda scelta dovrebbe ricadere sulle protesi vascolari, riservando come terza opzione il catetere venoso centrale». Secondo il direttore della Nefrologia, la percentuale di pazienti in emodialisi portatori di catetere venoso centrale ha superato il 30%, un dato che rende necessario rafforzare le competenze e ampliare le possibilità di intervento nell'ambito degli accessi vascolari.
«L'Azienda – prosegue Gesualdo – ha partecipato a uno studio multicentrico sull'impiego di questa protesi. Il Policlinico sta già adottando protesi di seconda generazione per i pazienti. È arrivato il momento di investire in formazione, innovazione e ricerca. Abbiamo investito sugli accessi vascolari perché migliorare questo ambito significa migliorare concretamente la qualità di vita dei nostri pazienti».
Non si tratta più di una sperimentazione: ci sono i primi casi di successo a dimostrarlo. Una paziente di 57 anni in emodialisi, che non poteva essere sottoposta alla realizzazione della tradizionale fistola arterovenosa con vasi nativi, utilizza da circa due anni e mezzo il nuovo accesso vascolare, mantenendo una buona qualità di vita e potendo svolgere con maggiore libertà anche attività quotidiane come fare il bagno, senza le limitazioni legate alla presenza di un catetere venoso centrale. La soluzione adottata dall'équipe di Nefrologia, diretta dal prof. Loreto Gesualdo, ha consentito di garantire l'accesso alla dialisi attraverso una fistola arterovenosa protesica realizzata con un impianto sintetico biorigenerativo di nuova generazione, che viene progressivamente riassorbito e sostituito dai tessuti della paziente.
«Quando ho conosciuto la paziente – dichiara Cosma Cortese, nefrologo interventista del Policlinico di Bari – era necessario allestire un accesso vascolare per l'emodialisi. Insieme abbiamo scelto quello che era il miglior accesso possibile. Non potendo realizzare una fistola arterovenosa nativa, abbiamo optato per una fistola arterovenosa protesica. Questa protesi viene progressivamente riassorbita e sostituita da tessuto autologo, con la formazione di un nuovo condotto vascolare. Questo consente caratteristiche favorevoli nella gestione dell'accesso vascolare, anche rispetto al rischio infettivo e trombotico», spiega Cortese. Nel caso della paziente, la protesi ha consentito di preservare per circa due anni e mezzo una quotidianità che sarebbe stata più difficile da mantenere con un catetere venoso centrale.
«Per il nefrologo, ma in modo particolare per il paziente, la scelta migliore è la fistola arterovenosa – spiega Loreto Gesualdo, direttore della Nefrologia del Policlinico di Bari –. Purtroppo, questo non sempre è possibile. Laddove non sia possibile realizzarla con vasi nativi, la seconda scelta dovrebbe ricadere sulle protesi vascolari, riservando come terza opzione il catetere venoso centrale». Secondo il direttore della Nefrologia, la percentuale di pazienti in emodialisi portatori di catetere venoso centrale ha superato il 30%, un dato che rende necessario rafforzare le competenze e ampliare le possibilità di intervento nell'ambito degli accessi vascolari.
«L'Azienda – prosegue Gesualdo – ha partecipato a uno studio multicentrico sull'impiego di questa protesi. Il Policlinico sta già adottando protesi di seconda generazione per i pazienti. È arrivato il momento di investire in formazione, innovazione e ricerca. Abbiamo investito sugli accessi vascolari perché migliorare questo ambito significa migliorare concretamente la qualità di vita dei nostri pazienti».