Carnevale Putignano 2027: selezionati i 7 carri allegorici
I bozzetti dell'edizione «Smascherata»
venerdì 11 settembre 2026
11.06
Una Fattucchiera che alza le mani, ride e – puff – lascia cadere la maschera dorata. Un sipario rosso che si apre sul volto del Mago di Oz e mostra un uomo qualsiasi tra gli specchi. Un collezionista dal volto di Diavolo che ci porge la maschera d'angelo che vorremmo indossare. Un vortice ipnotico di monete, loghi e like che risucchia verso un demone rosso, mentre dall'alto veglia una figura bianca. Un elefante che sfila con la proboscide la maschera a un ragazzo nascosto dietro una poltrona. Mangiafuoco che starnutisce e perde la sua. La Morte che, con un colpo di falce, le libera tutte. Sono le scene dei sette carri allegorici selezionati attraverso l'avviso pubblico della Fondazione Carnevale di Putignano per l'edizione 2027, dedicata al tema «Smascherata! Liberate le maschere!».
Li firmano le associazioni di cartapestai Carta Bianca, Carta & Colore, Cartaland, Carteinregola, Conlemani, Farinella e L'Isola che non c'è. Il tema del 2027, elaborato con Andrea Colamedici, direttore filosofico anche di questa edizione, chiedeva di liberare la maschera dal compito di nascondere e si chiudeva con una domanda: quando una maschera si libera, cosa lascia finalmente vedere? I cartapestai che hanno vinto hanno dato sette risposte diverse – un'altra maschera, un demone, la realtà, i fili e chi li tiene, un uomo qualsiasi davanti a uno specchio, un volto senza più lineamenti, la Morte che le rende tutte inutili e per questo libere – con una cosa in comune: quello che appare non è mai il volto di qualcun altro. Ci siamo noi.
L'edizione di quest'anno rovescia la posizione di chi assiste: si viene per vedere il carro e ci si accorge di essere guardati. Questa volta il soggetto dei carri è chi li guarda. «Smascherata!» è il terzo tema elaborato con la direzione filosofico-culturale di Andrea Colamedici, fondatore del progetto filosofico Tlon e curatore del Festival internazionale del Pensare Contemporaneo, e segna la terza tappa di un percorso che di anno in anno si avvicina al cuore del Carnevale: con «Sovvertire» (2025) la festa era tornata al gesto delle origini, il mondo alla rovescia; con «Il Paradosso» (2026) aveva sostato nelle contraddizioni del presente; ora rivolge lo sguardo al proprio strumento, la maschera, e la libera dal compito di nascondere. Nella maggior parte dei progetti il momento in cui la maschera si libera non è un'immagine ma un'azione costruita nel carro: un sipario che si apre, una pedana che ruota, fili che si spezzano, una maschera che cade a comando e poi risale, pronta a cadere di nuovo. La Smascherata non è raccontata: è eseguita, sotto gli occhi di chi la porta addosso. E nel registro che è proprio del Carnevale: Mangiafuoco si commuove e starnutisce, la Fattucchiera fa «puff», l'elefante ha una «goffa leggiadria», il volto del Mago è alto tre metri e mezzo e parla alla strada. Anche quando parla di demoni, di pressione sociale o della Morte, la cartapesta di Putignano smaschera ridendo.
I sette carri dell'edizione 2027 (in ordine alfabetico per associazione)
Carta Bianca – «Il Collezionista di Maschere» (bozzetto di Francesco Lippolis) Un palcoscenico circolare e, al centro, un uomo con il volto del Diavolo tentatore che regge una maschera angelica dorata: l'illusione di purezza che ciascuno vorrebbe mostrare agli altri. Alle sue spalle, una grande libreria custodisce le maschere dei sette vizi capitali, che non sono pezzi da collezione ma identità, da scegliere di volta in volta. È la vita come messa in scena continua, in cui ogni maschera finisce comunque per tradire e rivelare qualcosa di chi la porta.
Il carro è un raccoglitore di desideri e debolezze in cui ognuno può rispecchiarsi, e lascia al pubblico una domanda: ciò che crediamo essere il nostro vero volto è autentico, o è soltanto un'altra maschera?
Carta & Colore – «Anime oscure...» (bozzetto di Vito e Paolo Mastrangelo) Un trono infernale, un demone rosso e un vortice ipnotico di simboli – monete, loghi, cuori, like – che risucchia lentamente verso il basso. «Anime oscure» racconta il lato nascosto di ognuno, fatto di segreti, silenzi e cose non dette: l'inferno non è un luogo lontano, è quello che nasce dentro di noi quando cediamo a tentazioni, apparenze ed eccessi. Dietro il personaggio che mostriamo agli altri resta il demone interiore che tutti, almeno una volta, abbiamo provato a combattere e che ride di noi. Ma in cima al carro veglia una figura bianca: la luce in fondo al tunnel, l'anima che indica la via della purezza, della semplicità e del vero amore.
Cartaland – «Dis-illudi-amo-ci» (bozzetto di Marino Guarnieri) Lei è la Fattucchiera, la regina delle apparenze. Seduta sul trono, con il mantello di tutti i colori dell'inganno, regge un globo dorato in cui ha messo i sogni che ci vende ogni giorno: like, successo, soldi, reality, Rolex. In alto brillano, appese come lampadari, le maschere «ufficiali» del politico, dell'influencer, del vip. In basso, spente e ammucchiate ai piedi del trono, le nostre: il bravo dipendente, la mamma perfetta, l'amico sempre felice. Le indossiamo tutti i giorni e ormai non le vediamo neanche più. Poi la Fattucchiera alza le mani, ride e – puff – la maschera dorata cade. Sotto ce n'è un'altra, più cupa: quella della realtà. Il globo si spegne e dentro non ci sono più sogni: ci siamo noi, veri, con le nostre facce, le nostre urla, le nostre paure. È arrivato il momento di smetterla di recitare.
Carteinregola –«Appesi a un filo» (bozzetto di Deni Bianco) Un grande teatrino in cui Mangiafuoco manovra Arlecchino e Pulcinella: la società come baraccone in cui ogni marionetta recita una parte, mossa dai fili di un copione occulto – morale, pubblicità, politica, religione, media. Al centro, Pinocchio, l'unica marionetta capace di diventare un essere umano: non perfetto ma vivo, con i suoi errori ma libero. È il suo esempio a contagiare gli altri: comincia una danza liberatoria, i fili si spezzano, le maschere cadono. Ed ecco un grande starnuto da dietro le quinte: anche Mangiafuoco si è commosso, anche la sua maschera è caduta. Il carro ruota e al posto del burattinaio compare una giostra-carosello di danze meccaniche. Possiamo spezzare i fili e provare a ritrovare, finalmente, noi stessi?
Conlemani – «L'ultima Smascherata» (bozzetto di Angelo Loperfido) Le maschere, nella vita, sono tante: le indossiamo per comodo, per gioco, per necessità, in una società che ci vuole tutti uguali. Ma dietro una maschera ce n'è un'altra, e un'altra ancora, come in un gioco di scatole cinesi: non basterebbe una vita per capire qual è il nostro volto vero, o quello degli altri. Il carro propone l'allegoria di una figura antica e universale, la Morte, con la falce e un grande orologio alle spalle, tra maschere che volano via: l'unica forza davanti alla quale ogni ruolo e ogni appartenenza perde definitivamente consistenza. Il Tristo Mietitore compie l'ultima smascherata, dopo le tante della vita. Nessuna maschera potrà più occultare né svelare, perché non ci sarà una continuazione. La Morte le rende tutte inutili e, proprio per questo, libere.
Farinella – «Emerald City» (bozzetto di Marino Guarnieri) Una rilettura del Mago di Oz come metafora della società dell'apparenza e del consenso. Nel romanzo di Baum la Città di Smeraldo non è verde: chi entra deve indossare occhiali con lenti verdi. Il verde è negli occhi di chi guarda, prima ancora che nelle mura. Da qui nasce una maschera che non copre il volto ma cambia ciò che gli occhi vedono. Al centro del carro, alto tre metri e mezzo, il volto del Mago, che avanza, ruota, muove gli occhi e apre la bocca; intorno, la città di guglie e cupole smeraldine; sopra, quattro scimmie volanti – l'Invidioso, il Rancoroso, il Manipolatore, il Vanitoso; alla base, grandi fiori con un occhio al centro: si viene per vedere il carro e ci si accorge di essere guardati. Un sipario rosso si apre e sotto la maschera compare un uomo qualsiasi circondato da specchi. Il sipario si richiude, la pedana ruota, la maschera risale. Il pubblico ha visto come funziona il trucco, e continua a guardare la maschera. Perché quando una maschera si libera non lascia vedere un volto: lascia vedere chi ha scelto di guardarla.
L'Isola che non c'è – «L'Elefante nella stanza» (bozzetto di Diego Simone) Il carro diventa una stanza: un luogo intimo, apparentemente lontano dal mondo esterno. Nella prima scena tutto è blu, il colore del silenzio e della malinconia. Un ragazzo, nascosto dietro lo schienale di una poltrona a dondolo, tiene addosso perfino nel suo rifugio la maschera che si è costruito per rispettare i costrutti sociali e sentirsi parte del gruppo. Poi la scena ruota e appare un coloratissimo elefante – il problema enorme che tutti vedono e tutti fingono di ignorare, qui simbolo della pressione sociale – che schiaccia con disinvoltura il ragazzo sulla poltrona e, con goffa leggiadria, gli sfila la maschera con la proboscide. Sotto, un volto ormai amorfo.
Li firmano le associazioni di cartapestai Carta Bianca, Carta & Colore, Cartaland, Carteinregola, Conlemani, Farinella e L'Isola che non c'è. Il tema del 2027, elaborato con Andrea Colamedici, direttore filosofico anche di questa edizione, chiedeva di liberare la maschera dal compito di nascondere e si chiudeva con una domanda: quando una maschera si libera, cosa lascia finalmente vedere? I cartapestai che hanno vinto hanno dato sette risposte diverse – un'altra maschera, un demone, la realtà, i fili e chi li tiene, un uomo qualsiasi davanti a uno specchio, un volto senza più lineamenti, la Morte che le rende tutte inutili e per questo libere – con una cosa in comune: quello che appare non è mai il volto di qualcun altro. Ci siamo noi.
L'edizione di quest'anno rovescia la posizione di chi assiste: si viene per vedere il carro e ci si accorge di essere guardati. Questa volta il soggetto dei carri è chi li guarda. «Smascherata!» è il terzo tema elaborato con la direzione filosofico-culturale di Andrea Colamedici, fondatore del progetto filosofico Tlon e curatore del Festival internazionale del Pensare Contemporaneo, e segna la terza tappa di un percorso che di anno in anno si avvicina al cuore del Carnevale: con «Sovvertire» (2025) la festa era tornata al gesto delle origini, il mondo alla rovescia; con «Il Paradosso» (2026) aveva sostato nelle contraddizioni del presente; ora rivolge lo sguardo al proprio strumento, la maschera, e la libera dal compito di nascondere. Nella maggior parte dei progetti il momento in cui la maschera si libera non è un'immagine ma un'azione costruita nel carro: un sipario che si apre, una pedana che ruota, fili che si spezzano, una maschera che cade a comando e poi risale, pronta a cadere di nuovo. La Smascherata non è raccontata: è eseguita, sotto gli occhi di chi la porta addosso. E nel registro che è proprio del Carnevale: Mangiafuoco si commuove e starnutisce, la Fattucchiera fa «puff», l'elefante ha una «goffa leggiadria», il volto del Mago è alto tre metri e mezzo e parla alla strada. Anche quando parla di demoni, di pressione sociale o della Morte, la cartapesta di Putignano smaschera ridendo.
I sette carri dell'edizione 2027 (in ordine alfabetico per associazione)
Carta Bianca – «Il Collezionista di Maschere» (bozzetto di Francesco Lippolis) Un palcoscenico circolare e, al centro, un uomo con il volto del Diavolo tentatore che regge una maschera angelica dorata: l'illusione di purezza che ciascuno vorrebbe mostrare agli altri. Alle sue spalle, una grande libreria custodisce le maschere dei sette vizi capitali, che non sono pezzi da collezione ma identità, da scegliere di volta in volta. È la vita come messa in scena continua, in cui ogni maschera finisce comunque per tradire e rivelare qualcosa di chi la porta.
Il carro è un raccoglitore di desideri e debolezze in cui ognuno può rispecchiarsi, e lascia al pubblico una domanda: ciò che crediamo essere il nostro vero volto è autentico, o è soltanto un'altra maschera?
Carta & Colore – «Anime oscure...» (bozzetto di Vito e Paolo Mastrangelo) Un trono infernale, un demone rosso e un vortice ipnotico di simboli – monete, loghi, cuori, like – che risucchia lentamente verso il basso. «Anime oscure» racconta il lato nascosto di ognuno, fatto di segreti, silenzi e cose non dette: l'inferno non è un luogo lontano, è quello che nasce dentro di noi quando cediamo a tentazioni, apparenze ed eccessi. Dietro il personaggio che mostriamo agli altri resta il demone interiore che tutti, almeno una volta, abbiamo provato a combattere e che ride di noi. Ma in cima al carro veglia una figura bianca: la luce in fondo al tunnel, l'anima che indica la via della purezza, della semplicità e del vero amore.
Cartaland – «Dis-illudi-amo-ci» (bozzetto di Marino Guarnieri) Lei è la Fattucchiera, la regina delle apparenze. Seduta sul trono, con il mantello di tutti i colori dell'inganno, regge un globo dorato in cui ha messo i sogni che ci vende ogni giorno: like, successo, soldi, reality, Rolex. In alto brillano, appese come lampadari, le maschere «ufficiali» del politico, dell'influencer, del vip. In basso, spente e ammucchiate ai piedi del trono, le nostre: il bravo dipendente, la mamma perfetta, l'amico sempre felice. Le indossiamo tutti i giorni e ormai non le vediamo neanche più. Poi la Fattucchiera alza le mani, ride e – puff – la maschera dorata cade. Sotto ce n'è un'altra, più cupa: quella della realtà. Il globo si spegne e dentro non ci sono più sogni: ci siamo noi, veri, con le nostre facce, le nostre urla, le nostre paure. È arrivato il momento di smetterla di recitare.
Carteinregola –«Appesi a un filo» (bozzetto di Deni Bianco) Un grande teatrino in cui Mangiafuoco manovra Arlecchino e Pulcinella: la società come baraccone in cui ogni marionetta recita una parte, mossa dai fili di un copione occulto – morale, pubblicità, politica, religione, media. Al centro, Pinocchio, l'unica marionetta capace di diventare un essere umano: non perfetto ma vivo, con i suoi errori ma libero. È il suo esempio a contagiare gli altri: comincia una danza liberatoria, i fili si spezzano, le maschere cadono. Ed ecco un grande starnuto da dietro le quinte: anche Mangiafuoco si è commosso, anche la sua maschera è caduta. Il carro ruota e al posto del burattinaio compare una giostra-carosello di danze meccaniche. Possiamo spezzare i fili e provare a ritrovare, finalmente, noi stessi?
Conlemani – «L'ultima Smascherata» (bozzetto di Angelo Loperfido) Le maschere, nella vita, sono tante: le indossiamo per comodo, per gioco, per necessità, in una società che ci vuole tutti uguali. Ma dietro una maschera ce n'è un'altra, e un'altra ancora, come in un gioco di scatole cinesi: non basterebbe una vita per capire qual è il nostro volto vero, o quello degli altri. Il carro propone l'allegoria di una figura antica e universale, la Morte, con la falce e un grande orologio alle spalle, tra maschere che volano via: l'unica forza davanti alla quale ogni ruolo e ogni appartenenza perde definitivamente consistenza. Il Tristo Mietitore compie l'ultima smascherata, dopo le tante della vita. Nessuna maschera potrà più occultare né svelare, perché non ci sarà una continuazione. La Morte le rende tutte inutili e, proprio per questo, libere.
Farinella – «Emerald City» (bozzetto di Marino Guarnieri) Una rilettura del Mago di Oz come metafora della società dell'apparenza e del consenso. Nel romanzo di Baum la Città di Smeraldo non è verde: chi entra deve indossare occhiali con lenti verdi. Il verde è negli occhi di chi guarda, prima ancora che nelle mura. Da qui nasce una maschera che non copre il volto ma cambia ciò che gli occhi vedono. Al centro del carro, alto tre metri e mezzo, il volto del Mago, che avanza, ruota, muove gli occhi e apre la bocca; intorno, la città di guglie e cupole smeraldine; sopra, quattro scimmie volanti – l'Invidioso, il Rancoroso, il Manipolatore, il Vanitoso; alla base, grandi fiori con un occhio al centro: si viene per vedere il carro e ci si accorge di essere guardati. Un sipario rosso si apre e sotto la maschera compare un uomo qualsiasi circondato da specchi. Il sipario si richiude, la pedana ruota, la maschera risale. Il pubblico ha visto come funziona il trucco, e continua a guardare la maschera. Perché quando una maschera si libera non lascia vedere un volto: lascia vedere chi ha scelto di guardarla.
L'Isola che non c'è – «L'Elefante nella stanza» (bozzetto di Diego Simone) Il carro diventa una stanza: un luogo intimo, apparentemente lontano dal mondo esterno. Nella prima scena tutto è blu, il colore del silenzio e della malinconia. Un ragazzo, nascosto dietro lo schienale di una poltrona a dondolo, tiene addosso perfino nel suo rifugio la maschera che si è costruito per rispettare i costrutti sociali e sentirsi parte del gruppo. Poi la scena ruota e appare un coloratissimo elefante – il problema enorme che tutti vedono e tutti fingono di ignorare, qui simbolo della pressione sociale – che schiaccia con disinvoltura il ragazzo sulla poltrona e, con goffa leggiadria, gli sfila la maschera con la proboscide. Sotto, un volto ormai amorfo.